Secolo XIX

Nel 1815, sconfitto Murat a Tolentino dagli Austriaci, prese il potere Ferdinando di Borbone, che diede vita al Regno delle Due Sicilie. Nel 1816, la Calabria venne divisa in tre province e Soverato si trovò compresa nella Ultra seconda, corrispondenti alle attuali province di Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia.

Lo stato borbonico, tuttavia, mantenne l’assetto burocratico murattiano: sindaci e decurioni,  di nomina governativa. Gli eleggibili, dovevano disporre di una rendita annua di almeno 24 ducati.

 

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Stendardo del Regno delle due Sicilie

Soverato rientrò per regio decreto tra le “Dogane di estrazione e cabotaggio del regno”, preannunciando quello da li a poco sarebbe diventata la cittadina: il più importante centro commerciale del Golfo di Squillace. La stessa Poliporto, col passare degli anni, crebbe e diventò un approdo marittimo di rilievo nell’ambito del commercio marittimo.

Nel 1834 venne costruito fu il primo palazzo nobiliare della cittadina: il Palazzo Martelli, famiglia cospicua di Torre. La loro presenza in Soverato, spinse i più a preferire a vivere lungo il mare piuttosto che passare la maggior parte della giornata in collina.

 

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Palazzo Martelli, ora denominato Gregoraci

Nel 1841 viene aperta la prima farmacia ad opera di Don Nicola Chiefari e fioriscono in maniera prorompente figure lavorative: calzolai, fabbri, mugniai, falegnami, barbieri, sarti, filatrici. Tuttavia, ruolo primario era costituito dal comparto della tessitura, principale attività tra le famiglie e gli artigiani. Infatti, si lavoravano alacramente e con dovizia  cotone, ginestra, lana, lino e la famosissima sete. Le donne filavano e tessevano principalmente per uso domestico e solo le “eccedenze” erano messe sul mercato.

Contemporaneamente sono anche questi gli anni che portarono alla nascita del Regno di Italia. Tra i ferventi garibaldini soveratesi, si trova la figura controversa di Carlo Amirante, tenente di artiglieria dell’esercito del Regno di Italia, che partecipò alla spedizione di conquista di Roma. Fu lui, infatti, a dirigere le cannonate sulle mura papaline.

Carlo Amirante

 Carlo Amirante

Secondo la tradizione, una crisi religiosa, che aveva contorni sia politici e di riflessione sul neonato Regno di Italia da parte dell’Amirante, lo riporta a riflettere sulle scelte di vita. Dopo poco tempo, infatti, decide di lasciare le armi e indossare la veste sacerdotale a tal punto di riconciliarsi con il papa Pio IX, che lo incoraggia nei suoi nuovi propositi. Solo l’8 dicembre del 1877, giorno dell’Immacolata, Amirante viene finalmente consacrato prete.

“Don” Amirante si prodiga per i poveri con assistenza materiale e spirituale e nel 1893 diviene canonico di Santa Maria Maggiore, di cui ne diviene anche parroco. Addirittura, dopo la sua morte, viene promossa dall’arcidiocesi di Napoli una causa di beatificazione che lo conduce alla dichiarazione di Venerabile, ovvero Servo di Dio.

Soverato, invece, solo intorno al 1970, dedicherà ad Amirante un’importante arteria viaria principale del Comune.

Tuttavia, per buona parte del primo decennio post-unitario, il Meridione fu teatro di una crudele guerra civile, che ebbe contorni di scontro di classe: infatti la piccola e media borghesia si schierò con il regime unitario, mentre tutte le altre con i “briganti”.

In Soverato, in quei tempi, viene addirittura subito istituita dal Governo centrale, una Guardia nazionale, composta complessivamente da cittadini che avessero professione, arte o proprietà, di tenere sotto controllo i territori insorgenti.

Col passare del tempo, le cose non migliorarono visto che aumentarono a vista d’occhio i nostalgici del Regno delle due Sicilie e nel 1869 venne anche istituita dal governo italiano un regime militare.

Solo una volta superati questi accesi anni febbrili in tutto il Sud, la situazione si diresse finalmente verso una maggiore tranquillità. Nel 1875 viene inaugurata la stazione ferroviaria e a distanza di un anno, giungeranno i primi treni della linea Napoli-Bari-Reggio. Un evento questo destinato a cambiare repentinamente la storia economica e sociale di Soverato e di riflesso quello dell’intero Comprensorio.

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Ferrovia in Soverato 

Soverato, infatti, era già un ben frequentato attracco visto i regi decreti degli anni passati che lo videro coinvolto; Con la costruzione della ferrovia poi, la cittadina si consacrò definitivamente come il nodo principale delle comunicazioni nel cuore del Golfo di Squillace, al centro di un vasto e vivace entroterra.

Attira quindi, per questa sua posizione strategica, un’immigrazione qualificata.

E’ questo il momento di crescita, da intendere non solo in senso numerico, ma sopratutto in senso economico e di dinamismo sociale. La crescita culturale è testimoniata dalla realizzazione del cimitero comunale, che rappresentava di fatto una tardiva applicazione della celebre innovazione napoleonica rispetto al malcostume di seppellire in chiesa.

Il camposanto soveratese realizzato, comunque, assunse presto un carattere sacro con chiese e cappelle.

Nel 1881 i ceti dominanti, che esprimevano la stragrande maggioranza del consiglio ed erano i più cospicui contribuenti del Comune, compivano un atto deciso e senza tentennamenti, certo nei loro interessi, ma dimostrando lungimiranza e idee chiare sull’avvenire: venne trasferito il fulcro burocratico dalla collina al mare visto che “neonato” villaggio litorale era divenuto socialmente e economicamente predominante. Infatti, la classe dirigente dell’epoca riteneva anacronistico il mantenimento della casa municipale nel borgo collinare.

Soverato, dunque anche in questo, dimostrò una controtendenza rispetto a tutti gli altri comuni calabresi, che tenevano si la parte attiva lunga la costa, ma la sede burocratica in collina.

Santa Maria di Poliporto prese il nome di Soverato Marina; e quella che prima era solo Soverato, si disse Soverato Superiore. Nonostante ciò, ancora tra gli abitanti, si continua a dire ” a Marina” per il nuovo capoluogo e “Suvararu” per Soverato Superiore. Col tempo, questa scelta venne premiata e molti dei cittadini residenti nella Soverato Vecchia si spostarono lentamente lungo la costa.

Anche le tragedie della vita nazionale trovano riscontro tutt’oggi nella comunità ionica. Nel 1887, Soverato pianse un suo caduto nelle prime avventure coloniali del nuovo stato: Salvatore Viscomi, il quale muore combattendo contro gli abissini in Eritrea a tal punto che Il Ministero dell’Istruzione pubblica erige a Roma un monumento ai caduti e il 6 giugno ne da comunicazione al sindaco di Soverato, in riconoscimento del tributo di sangue che anche la cittadina calabrese versò.

Anche tra i principali corpi militari dello Stato, siti in Soverato, si annoverano caduti nella difesa della vita civile e della legalità. Nel 1905 ucciso da contrabbandieri il militare della Guardia di Finanza, morì il generale Salvatore Lemmo, cui ancora oggi un piccolo monumento ne ricorda il sacrificio dove egli cadde, alle spalle della chiesetta di Portosalvo in via della Vittoria.

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Monumento a Salvatore Lemmo

Del resto, il contrabbando dei generi di monopolio, a quei tempi sopratutto tabacco e il prezioso e raro sale, era un fenomeno presente lungo lo Ionio. Molto più tardi, nel 1991, Soverato e i suoi concittadini piangeranno l’appuntato Renato Lio, a cui verrà intitolata la piazza nei pressi del bivio Russomanno.

Ritornando però a quegli anni ferventi, la presenza di numerose famiglie, spesso forestiere aventi al seguito nuove iniziative economiche, produce nuovi stimoli alla trasformazione delle abitudini collettive.

I bagni a mare erano già diffusi come svago solo in alcune località: Costiera Amalfitana, Napoli, Rimini, Taormina, Viareggio, Venezia, mete della nobiltà e della borghesia. I ceti popolari usavano, invece, costruire baracche e capanne per trascorrere sulle spiagge un certo periodo attorno all’Assunta. Il mare non era molto amato e chi poteva preferiva la villeggiatura in campagna o in collina.

In Calabria, l’impianto soveratese era tra i primissimi del genere. I baracchini a palafitta dei bagnanti, spesso erano cosi imponenti a tal punto di essere delle vere e proprie abitazioni. Nell’estate del 1887, viene aperto quello che tuttora è il famosissimo “San Domenico”.

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Sulla spiaggia, a destra, i primi baracchini soveratesi

Una severissima legge, tuttavia, continuò a vietare la promiscuità: i settori per uomini e donne dovevano essere separati e distanti  100 metri!

Agli occhi degli abitanti dei centri vicini, questi costumi troppo moderni suscitavano scandalo e invidiosi pettegolezzi. Perciò, un’immeritata cattiva fama avvolse, negli stornelli e negli strambotti popolari, le signore di Soverato…

Il tono della vita, comunque, per le strade di Soverato risulta pienamente rinvigorito. Il paese nel 28 novembre 1889 si dota di un impianto di illuminazione pubblica. L’anno successivo, invece, giungono a termine i lavori di riassetto della matrice di Maria Santissima Addolorata, che ancora era sola chiesa agibile di Soverato.

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Chiesa Matrice di Maria Santissima Addolorata, dove oggi è custodita la pietà del Gagini.

Il problema invece della cura delle anime e della costruzione di una nuova chiesa alla Marina agli inizi del Novecento, costituirà una vicenda particolarmente complessa e delle più sentite tra gli abitanti del posto. Manca, infatti, una chiesa degna del posto a tal punto che questo mancato gesto venne considerato dai più come una vera e propria offesa indegna per un paese così evoluto.

La risposta del Consiglio Comunale non si fece attendere e dopo diverse soluzioni, si virò sull’esproprio di un uliveto di 2715 metri quadrati del barone Paparo sito lungo il torrente Chiarello per una spesa di 335,89 lire, cui si dovevano segnare altre 437,76 lire per il taglio delle piante. Il 21 ottobre dello stesso anno l’ingegnere De Seta presentava il suo progetto. La Chiesa era disegnata a quadrilatero ed era circa di 12,84 metri lunghezza per 18 metri di larghezza.

Ma se le ragioni cittadine diventavano più imperiose e pressanti, le condizioni della finanza comunale non consentivano al Palazzo di Città di provvedere in autonomia alla realizzazione del nuovo luogo di culto. Ciononostante il Comune in quegli anni, prova ad adoperarsi nel recupero di una parte notevole della rendita dell’Addolorata che era nel 1855 di 390 ducati. Nel marzo del 1892, il sindaco Alcaro formalizza anche l’impegno di spesa per la realizzazione della nuova chiesa: 17.000 lire!.

Una somma davvero da capogiro, se si teneva anche conto che il comune di Soverato si addossava sia la manutenzione che il restauro della matrice di Soverato Superiore.

Ci voleva un aiuto, che in quegli anni stentava da arrivare. Poi, però come se cadesse un angelo dal cielo, la svolta arrivò grazie l’intervento della marchesa di Cassabile, discendente da una famiglia di origine campana, i cui antenati erano stati tra gli acquirenti di beni ecclesiastici nel territorio di Soverato, al tempo della “Cassa Sacra”.

La marchesa offrì la somma di circa 3000 lire, al quale cristiano esempio, subito rispose il pubblico con volontarie sottoscrizioni. Le offerte dei privati, al contemporaneo stanziamento del Comune, invece, arrivarono a 8650 lire, circa la metà dell’intero ammontare dell’opera.

Ma il 17 Febbraio seguente segnò uno nuovo stop: il consiglio di prefettura di Catanzaro, organo di controllo sulle spese comunali trova si tutto legale, ma ne rinvia l’esecuzione dei lavori, poichè il Comune accertati i mezzi per far fronte alla spesa “non dispone che di 3000 lire promesse dalla marchesa“.

Innumerevoli a quel punto, furono dunque le molteplici difficoltà riscontrate dal Comune e i tentativi per uscirne. Tra le tante opzioni, venne anche discussa la proposta del consigliere comunale Francesco Corapi: far cassa vendendo ai privati l’intera area di Soverato “Vecchio”, abbandonato dopo il sisma del 1783. Una proposta che non venne mai accettata!

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Foto dall’alto del borgo antico di Soverato “Vecchio”

Solo dopo diversi anni e continue vicissitudini, la Chiesa della Marina viene completata nella facciata tra liberty e neogotico, sulla quale viene affissa una lapide a ricordo dei protagonisti dell’impresa.

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Chiesa della Marina

Quasi contestualmente nel 1906, la chiesetta privata dei Caminiti nell’odierna via San Martino. 

Edificata per devozione del provetto navigatore Rocco Caminiti, che, in mare gestiva commerci di cabotaggio con i suoi bastimenti, spingendosi a volte anche molto lontano. Circondato da un alone di rispetto e di fascino, secondo alcuni marinai, aveva il potere di “tagliare la Dragonara” e esorcizzare la tromba d’aria, servendosi del “Pane della Cena”, quello benedetto il Giovedì santo.

Secondo però la tradizione, nonostante la sua proverbiale maestria, Rocco venne colto da una violenta tempesta in mare aperto e fece un voto alla Madonna di Portosalvo, cara a tutta la gente di mare, affinchè potesse tirarlo in salvo da quella difficile situazione.

Il Caminiti riuscì a scamparla e per questo fu così grato alla Madonna che costruì la celebre chiesetta, che ogni prima domenica di Agosto, dopo più di un secolo, diventa teatro della manifestazione più popolare dell’anno religioso e civile di Soverato, la festa della Madonna a Mare.

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Chiesa di Santa Maria di Portosalvo

[Fonte: Soverato: Storia, Cultura e Economia, Rubbettino Editore]

(Processo della Madonna a Mare, del 14 Agosto 2011, filmato da Matteo Franco)